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SUMMARY:Riccardo III
DESCRIPTION:traduzione Federico Bellini \nadattamento Antonio Latella\, Federico Bellini\ncon Vinicio Marchioni\, Silvia Ajelli\, Anna Coppola\nFlavio Capuzzo Dolcetta\, Sebastian Luque Herrera\nLuca Ingravalle\, Giulia Mazzarino\, Candida Nieri\nStefano Patti\, Annibale Pavone\, Andrea Sorrentino\nregia Antonio Latella \ndramaturg Linda Dalisi \nscene Annelisa Zaccheria\ncostumi Simona D’Amico\nmusiche\, suono Franco Visioli\nluci Simone De Angelis\nregista assistente\, movimenti Alessio Maria Romano\nassistente volontario Riccardo Rampazzo\nproduzione Teatro Stabile dell’Umbria\, LAC Lugano Arte e Cultura \nIl male è. Non è una forma\, non è uno zoppo. Non è un gobbo. Il male è vita. Il male è natura. Il male è divinità. Il nostro intento è quello di provare ad andare oltre l’esteriorità del male cercando di percepirne l’incanto. È chiaro che se il male stesso viene rappresentato attraverso un segno fisico il pubblico è portato ad accettarlo\, vede la “mostruosità” e la giustifica. Anzi\, prova empatia se non simpatia con e per il protagonista. Ma è ancora accettabile questo “alibi di deformità” nel ventunesimo secolo? Probabilmente il Bardo ne aveva bisogno per giustificare al pubblico\, in qualche modo\, tutte le malefatte del protagonista. Difatti utilizzò un corpo maschera\, molto più vicino a un giullare di corte\, al fool\, la cui figura era spesso caricata di segni esteriori – come la gobba – che\, nel tempo\, hanno assunto significati ambivalenti: grotteschi ma anche propiziatori. \nNon è un caso che nella cultura popolare si corresse a toccare la gobba per buon auspicio. \nIn alcuni Paesi\, Riccardo III viene tolto dai cartelloni di programmazione teatrale perché potrebbe risultare offensivo per chi convive con una disabilità fisica; argomento delicato in questi tempi dove il politically correct\, nel bene e nel male\, rischia di diventare censura che muta l’originalità delle opere decontestualizzandole dal periodo storico a cui appartengono. \nA noi interessa la forza della parola\, la seduzione della parola\, e\, perché no\, la scorrettezza della parola. Il serpente incantò Eva con le parole\, o\, in ogni caso\, bisognerebbe pensare che il serpente fu abile in quanto riuscì a far staccare la mela dall’albero ad Eva ma fu Adamo a morderla. Quindi\, chi dei due peccò? Il male che mi interessa è nella bellezza\, non nella disarmonia. Il male è il giardino dell’Eden. Una bellezza accecante\, una bellezza che pretende un ritorno al figurativo. Una bellezza opulenta e ingannatrice\, fatta di relazioni pericolose\, di giochi di seduzione continui. E\, in questo\, Riccardo III è il maggiore dei maestri. La sua battaglia non è per la corona\, non è per l’ascesa al trono\, ma è per la sottomissione del femminile\, quando è proprio il femminile che gli darà scacco matto; difatti sarà la Regina madre a portare a termine una tremenda maledizione. \nLa traduzione di Federico Bellini mi permette inizialmente di giocare con tempi e andamenti ritmici quasi da commedia\, direi wildiana\, in una pennellata che rimanda all’Inghilterra Vittoriana. \nAbbiamo cercato di creare un adattamento dove\, pur nella rinuncia ad alcune parti del testo originale\, abbiamo provato a rispettare l’interezza della vicenda e la sua trasversalità di significato. \nCi siamo presi il lusso\, studiando i personaggi del testo\, di ampliarne uno già esistente\, chiamandolo Custode\, apparentemente un servitore del male e di Riccardo III\, che\, con l’andare della narrazione\, si scoprirà essere in realtà al servizio della bellezza del luogo; un custode che vuole garantire la sopravvivenza del giardino dell’Eden e per questo è pronto a tutto\, quel tutto che nel testo si sintetizza con la parola “AMEN”. \nInfine e non da ultima\, la scelta degli attori: un cast importante\, ponderato in modo maniacale\, un cast che possa essere forte per talento e dare ad ogni personaggio letterario qualcosa di fortemente artistico\, un cast che possa ammaliare gli spettatori mettendo al primo posto del loro lavoro il potere performativo della parola che il Bardo ci consegna e ci lascia in eredità. Sappiamo tutti che la parola può mettere a tacere ogni tipo di guerra\, ma nonostante la storia ce lo ricordi continuamente\, continuiamo a dimenticarlo e credo\, con mio dolore\, volutamente: forse perché siamo stati creati per essere stonatura all’interno della perfezione armonica della prima nota\, il DO\, o almeno così mi piace pensare. \nA tutti i miei collaboratori artistici ho chiesto di dare bellezza al male e non bruttezza\, perché chi tradì il paradiso fu l’Angelo più bello. \nAntonio Latella
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